Comunicazione efficace: non fate quel corso!
✍️ Auctor: Gian Luigi Venturin 🗓️ 15 Ianuarius 2025
Ci sono corsi che nascono bene e corsi che nascono storti.
Me ne accorgo quasi subito, spesso prima ancora di iniziare davvero.
Il corso giusto… e il corso sbagliato
A volte entro in aula e trovo neoassunti: persone che stanno per entrare in un’organizzazione e hanno bisogno di capire come ci si parla, come si collabora, come si costruiscono passaggi chiari fin dall’inizio. In questi casi, un corso di comunicazione ha senso, eccome se ha senso.
Altre volte, invece, mi trovo davanti gruppi di lavoro con anni di azienda alle spalle. Persone esperte, spostate da un reparto all’altro, già immerse nelle tensioni quotidiane, già segnate da dinamiche che in aula arrivano prima ancora delle parole. E lì, molto spesso, l’aria è diversa. Nessuno lo dice apertamente, ma il messaggio è già arrivato a tutti: siete qui perché qualcuno pensa che non sapete comunicare.
È da queste situazioni che nasce il titolo di questo articolo.
Comunicazione efficace: non fate quel corso.
O meglio: non fate quel corso, in quel modo, con quella premessa.
Il problema non è il corso, è la diagnosi!
Lo dico subito, così ci capiamo bene: non ho nulla contro i corsi di comunicazione. Anzi!
Nel mio lavoro di formatore e consulente li considero spesso utilissimi. In certi contesti sono addirittura decisivi. Possono aiutare persone e team a vedere meglio i passaggi, a ridurre gli attriti, a rendere più chiari i messaggi, a dare qualità allo scambio quotidiano.
Il problema non è il corso.
Il problema nasce quando il corso viene progettato come risposta automatica a qualcosa che non è stato capito davvero.
Succede più spesso di quanto si pensi. In azienda emergono inefficienze, rallentamenti, conflitti, incomprensioni, errori di coordinamento. A un certo punto qualcuno osserva il fenomeno, lo etichetta in fretta e decide: qui c’è un problema di comunicazione.
E da lì parte la soluzione più semplice: mandiamo qualcuno a fare un corso.
Il punto è che “problema di comunicazione” è una formula comoda, ma spesso troppo generica per essere davvero utile. Dietro quella definizione possono nascondersi cose molto diverse:
- istruzioni contraddittorie,
- passaggi incompleti,
- ruoli poco chiari,
- capi che cambiano orientamento senza allineare le persone,
- reparti che si parlano solo quando c’è un’emergenza,
- procedure che esistono sulla carta ma non nella pratica,
- oppure, sì, anche abitudini relazionali che vanno migliorate.
Ma se non distinguiamo queste cose, rischiamo di intervenire sul sintomo invece che sulla causa.
Quando i neoassunti hanno davvero bisogno di orientamento
C’è un primo caso in cui il corso di comunicazione ha una sua logica naturale: quello dei neoassunti.
Quando una persona entra in azienda, ha bisogno di apprendere non solo compiti, strumenti e procedure. Ha bisogno di capire come funziona il lavoro tra le persone.
- Come si chiedono le cose.
- Come si danno i feedback.
- Come si segnalano i problemi.
- Come si passa un'informazione in modo affidabile.
- Come si collabora senza creare rumore inutile.
In questi casi, fare formazione è una scelta sensata. Ma anche qui c’è una condizione: non si può insegnare la comunicazione in astratto.
Perché un conto è spiegare principi validi in generale. Un altro conto è preparare davvero qualcuno a entrare in una specifica organizzazione, con i suoi ritmi, i suoi linguaggi, le sue abitudini, i suoi punti forti e le sue ambiguità.
Quando preparo questi interventi, io naturalmente arrivo con la mia cassetta degli attrezzi: tra i vari strumenti ci sono i cinque assiomi di Watzlawick, l’ascolto attivo di Gordon, il lavoro sul feedback, l’attenzione ai passaggi, alla chiarezza, al non detto. Sono strumenti seri, utili, collaudati. Ma restano strumenti.
- Poi c’è la realtà.
- E la realtà, in aula, si fa sempre sentire.
Per questo un buon corso per neoassunti non dovrebbe limitarsi a spiegare come si comunica bene in generale, ma aiutare a capire come si lavora bene dentro quell’organizzazione specifica.
Quando il corso diventa una scorciatoia
Il secondo caso è molto più delicato.
È quello in cui un’azienda chiama un docente o un consulente e dice, in sostanza: abbiamo un gruppo che comunica male. Oppure: ci sono tensioni. Oppure ancora: tra questi reparti non si capiscono. E quindi si immagina che la risposta giusta sia mettere in aula proprio quelle persone.
Qui nasce il rischio vero.
Perché il corso, invece di essere uno spazio di crescita, può diventare una scorciatoia organizzativa: si interviene sulle persone perché è la cosa più rapida da fare, quando forse bisognerebbe intervenire prima sulle relazioni tra le persone, sui passaggi, sulle responsabilità, sulle incoerenze, sui punti in cui il sistema si rompe.
È una differenza enorme.
- Un conto è dire:
- “vogliamo migliorare la qualità della comunicazione in azienda” .
- Un altro conto è dire, anche solo implicitamente:
- “abbiamo individuato quelli che hanno il problema” .
E chi arriva in aula, questa differenza, la sente immediatamente.
- La sente nel tono.
- La sente nel contesto.
- La sente nella premessa non detta.
Quando una persona entra in aula con addosso l’idea di essere lì perché “non sa comunicare”, non stiamo partendo da un terreno neutro. Stiamo già lavorando dentro una tensione.
Una barzelletta che spiega molto bene il problema
A volte, nelle organizzazioni, succede qualcosa di molto simile a una celebre barzelletta raccontata da Gigi Proietti: si parte convinti di sapere già chi “non sente”, chi “non capisce”, chi “ha il problema”. E da quel momento si interpreta tutto in quella direzione.
Una scena tratta dalla serie "Una pallottola nel cuore" con Gigi Proietti: una scena brillante e lucidissima, che mostra quanto facilmente la comunicazione possa deragliare quando il significato non è condiviso.
È una scena leggera, ma il meccanismo è serissimo.
Quando decidiamo troppo in fretta dov’è il problema, rischiamo di leggere tutta la realtà in modo confermativo. E così, invece di capire meglio, finiamo per rafforzare una diagnosi sbagliata.
In azienda accade più spesso di quanto si creda.
Quello che spesso emerge davvero in aula
Ed è qui che il lavoro diventa interessante.E, a volte, anche scomodo.
Perché poi si comincia a parlare sul serio. Si ascoltano le persone. Si ricostruiscono episodi. Si analizzano passaggi concreti. Si guarda dove si inceppa il flusso delle informazioni, dove nasce l’attrito, dove il messaggio cambia, dove una consegna arriva male, dove una richiesta si perde, dove un reparto riceve una versione e un altro ne riceve un’altra.
E allora, molto spesso, il quadro cambia.
Mi sono state presentate persone che “hanno difficoltà a comunicare” e mi sono trovato davanti persone che:
- ricevono comunicazioni parziali,
- ricevono comunicazioni contraddittorie,
- vengono coinvolte tardi,
- non hanno un perimetro chiaro,
- fanno domande sensate e vengono percepite come “complicate”,
- alzano la mano per chiedere coerenza e finiscono, quasi senza volerlo, nella lista di quelli che “creano problemi”.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: sono davvero loro a non saper comunicare?
Oppure è l’organizzazione che, in quel punto, non sta comunicando bene con loro?
Questa è la domanda che, troppo spesso, arriva tardi.
Il punto vero: non intervenire solo sulle persone
Qui sta, per me, il cuore del discorso.
Quando un’organizzazione decide di fare un corso di comunicazione, il rischio non è tanto quello di scegliere il programma meno brillante o il docente meno adatto. Il rischio vero è un altro: prendere la scorciatoia.
La scorciatoia consiste (purtroppo) nel dire: c’è un problema, quindi lavoriamo sulle persone.
La strada maestra, invece, è più seria e più utile: capire come stanno funzionando le relazioni tra le persone, come circolano le informazioni, dove si spezzano i passaggi, dove il coordinamento perde qualità, dove la responsabilità si confonde, dove la comunicazione si è trasformata in rumore, difesa o ambiguità.
Per questo, a mio avviso, un buon corso di comunicazione non dovrebbe mai partire con l’idea di “aggiustare qualcuno”. Dovrebbe partire con un obiettivo più maturo: rendere visibile come funziona davvero la comunicazione dentro quell’organizzazione.
- Quando accade questo, l’aula cambia.
- Le persone non si sentono etichettate.
- Non si sentono chiamate a difendersi.
- Non percepiscono il corso come una correzione mirata.
E quando succede, spesso alla fine emerge una frase che mi sono sentito dire molte volte, ed è una frase che dice molto: “Questo corso lo dovrebbero fare tutti.”
È una frase importante, perché significa che il problema non è stato letto come una mancanza individuale. È stato riconosciuto per quello che spesso è davvero: una questione organizzativa che attraversa più persone, più ruoli, più livelli.
Prima del corso, la domanda giusta
È per questo che il titolo di questo articolo è volutamente provocatorio.
Comunicazione efficace: non fate quel corso!
- Non perché la formazione non serva.
- Non perché la comunicazione sia un tema secondario.
- Non perché i collaboratori non abbiano mai bisogno di crescere.
Ma perché, prima di organizzare un corso di comunicazione, bisognerebbe fermarsi e farsi una domanda molto semplice, eppure decisiva.
Chi ha davvero bisogno di lavorare su questo tema?
- I collaboratori?
- I loro responsabili?
- Un team specifico?
- Due funzioni che non si allineano?
- Chi assegna le priorità?
- Chi trasmette le informazioni?
- Chi cambia orientamento senza accompagnare il cambiamento?
Oppure, più semplicemente, l’organizzazione nel suo insieme, in quel punto preciso della sua vita?
Perché se la diagnosi è sbagliata, anche il miglior corso rischia di lavorare nel punto sbagliato.
Il corso più utile comincia prima, fuori dall’aula
Prima di organizzare un corso di comunicazione, vale la pena fermarsi un momento.
Non per scegliere subito il programma o il docente, ma per capire che cosa, in quella organizzazione, si sta davvero chiamando “problema di comunicazione” .
- A volte il problema è in un team.
- A volte è in un capo.
- A volte è nei passaggi tra funzioni.
- A volte è nella mancanza di chiarezza.
- A volte è nella fatica di dire le cose per tempo.
- E a volte è nel modo in cui l’organizzazione, quasi senza accorgersene, ha smesso di essere leggibile per le proprie persone.
Per questo il confronto con un professionista, in questi casi, non dovrebbe iniziare il giorno del corso.
Dovrebbe iniziare prima, per evitare di intervenire nel punto sbagliato.
Perché, a volte, il corso più utile di tutti è proprio quello che comincia alcuni giorni prima di entrare in aula.