Infortuni, morti e malattie professionali in Italia
✍️ Auctor: Redazione 🗓️ 5 Maius 2025
Per capire davvero come si è evoluta la sicurezza sul lavoro in Italia non basta osservare un solo numero. Bisogna leggere insieme infortuni, casi mortali, incidenti in itinere e malattie professionali, sapendo che ogni serie storica ha limiti, discontinuità e criteri diversi di rilevazione.
I numeri da soli non dicono tutto
Quando si parla di sicurezza sul lavoro, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi su un solo dato: il numero dei morti. È comprensibile, perché si tratta del dato più duro, più immediato, più emotivamente incisivo. Ma proprio per questo rischia di produrre una lettura parziale.
Se l’obiettivo è capire come la sicurezza sul lavoro sia cambiata davvero nel tempo, bisogna fare uno sforzo in più. Bisogna osservare almeno quattro fenomeni diversi: gli infortuni denunciati, i casi mortali, gli eventi avvenuti in itinere e le malattie professionali. Solo così si può passare da una percezione frammentaria a una lettura più matura del problema.
Questo articolo non propone una classifica né una semplificazione.
Propone, più modestamente ma anche più utilmente, un metodo di lettura: guardare ai numeri con attenzione, distinguere ciò che è comparabile da ciò che non lo è, e ricordare che la sicurezza sul lavoro non coincide con un solo indicatore.
Per leggere davvero l’evoluzione della sicurezza sul lavoro non basta osservare un solo indicatore: serve una base documentale affidabile, capace di distinguere tra infortuni, casi mortali, itinere e malattie professionali.
Il dato più duro: i casi mortali
Il numero dei casi mortali resta, inevitabilmente, il punto di partenza. Non perché sia l’unico dato rilevante, ma perché rappresenta il livello massimo del danno. Nel lungo periodo, la tendenza storica mostra una riduzione molto significativa rispetto ai decenni del secondo dopoguerra e della grande industrializzazione. Questa riduzione è reale e va riconosciuta.
Ma sarebbe un errore leggere questa traiettoria come una forma di assoluzione statistica. Dire che oggi si muore meno rispetto al passato non significa dire che il problema sia risolto. Significa, semmai, che il sistema produttivo, normativo e organizzativo ha prodotto miglioramenti importanti, ma non ancora sufficienti.
Un altro punto essenziale riguarda il modo in cui questi dati vengono letti. I dataset INAIL non vanno trattati come un archivio uniforme e continuo privo di fratture.
L’Istituto stesso segnala che i dati con cadenza mensile e quelli con cadenza semestrale sono costruiti su logiche distinte e non devono essere sovrapposti automaticamente. È un dettaglio tecnico solo in apparenza: in realtà è una delle condizioni che separano una lettura seria da una lettura approssimativa.
Per questo, quando si osserva una serie lunga, occorre farlo con prudenza: usare archi temporali realmente comparabili, evitare di forzare continuità artificiali e dichiarare sempre, quando necessario, che una parte della storia statistica non è perfettamente leggibile con gli stessi criteri.
La serie storica mostra una riduzione significativa dei casi mortali nel lungo periodo, ma il dato va letto con rigore: i numeri più recenti non vanno sovrapposti automaticamente alla serie lunga senza una verifica di piena comparabilità.
- Fondazione Feltrinelli – Serie lunga 1951-2019
- INAIL – Dati storici infortuni sul lavoro
- INAIL – Tabelle infortuni sul lavoro con cadenza mensile
- INAIL – Dataset infortuni sul lavoro (nota metodologica)
La serie storica qui utilizzata è stata selezionata sulla base della disponibilità di dati comparabili nel tempo, si ferma al 2019 per ragioni di compatibilità metodologica. Per gli anni più recenti i dati vanno letti con un impianto separato, riportato nei box di approfondimento dedicati.
Non tutte le morti avvengono “sul posto di lavoro”
Un secondo elemento, spesso poco considerato nel dibattito pubblico, è la distinzione tra eventi avvenuti in occasione di lavoro ed eventi avvenuti in itinere, cioè durante il tragitto tra casa e lavoro o viceversa.
Questa distinzione non è un dettaglio statistico secondario. Cambia il modo stesso in cui interpretiamo il fenomeno. Se una quota non trascurabile di infortuni o di casi mortali avviene in itinere, allora la sicurezza non può più essere pensata soltanto come ciò che accade dentro il perimetro fisico dell’azienda.
Entrano in gioco mobilità, infrastrutture, organizzazione degli orari, logistica dei trasporti e distribuzione territoriale del lavoro.
Anche qui, però, vale la stessa regola di rigore: la distinzione tra “in occasione di lavoro” e “in itinere” va utilizzata solo dove la serie è chiaramente comparabile. Non avrebbe senso costruire un lungo periodo apparente, se i criteri di classificazione o la disponibilità del dato non sono pienamente omogenei.
Il punto, dunque, non è trasformare questa differenza in un effetto grafico. Il punto è far capire al lettore che il dato aggregato, da solo, può nascondere fenomeni molto diversi tra loro.
Quando si leggono i dati sugli infortuni, distinguere tra eventi in occasione di lavoro ed eventi in itinere non è un dettaglio tecnico. I primi avvengono nello svolgimento dell’attività lavorativa; i secondi nel tragitto tra casa e lavoro o viceversa. Tenere separati i due fenomeni aiuta a leggere meglio il rischio, perché cambia il contesto: nel primo caso prevale il rapporto con organizzazione, ambiente e processo produttivo; nel secondo entrano con più forza mobilità, circolazione stradale, tempi di percorrenza e distribuzione territoriale del lavoro.
- INAIL – Dataset infortuni sul lavoro
- INAIL – Dati con cadenza mensile (modalità di accadimento)
- INAIL – Dati con cadenza semestrale
INAIL mette a disposizione la modalità di accadimento nei dataset degli infortuni e nelle relative tabelle di lettura. La distinzione va però usata solo dove i dati risultano comparabili in modo trasparente.
La sicurezza che non si vede: le malattie professionali
Se gli infortuni rappresentano la parte più visibile della sicurezza sul lavoro, le malattie professionali ne rappresentano spesso la parte più silenziosa.
Qui il danno non si manifesta sempre in modo improvviso. Spesso si accumula nel tempo, emerge tardi, viene riconosciuto dopo anni, e proprio per questo tende a occupare meno spazio nel dibattito pubblico. Eppure, sotto il profilo storico, osservare l’andamento delle denunce di malattia professionale è fondamentale per capire come si trasforma il rischio.
Un sistema produttivo può ridurre alcuni incidenti traumatici e, allo stesso tempo, continuare a generare esposizioni nocive, sovraccarichi, danni muscolo-scheletrici, patologie respiratorie o altre forme di usura professionale.
In altre parole: la sicurezza può migliorare in un punto e peggiorare, o semplicemente spostarsi, in un altro.
Anche per questo motivo le malattie professionali meritano una lettura separata. Non vanno confuse con i casi mortali da infortunio, perché non descrivono lo stesso fenomeno e non hanno lo stesso tempo di emersione.
Ma proprio questa differenza le rende decisive: ricordano che il lavoro può danneggiare non solo attraverso l’evento acuto, ma anche attraverso una pressione lenta, ripetuta, talvolta invisibile.
L’andamento delle denunce di malattia professionale non coincide automaticamente con l’andamento del rischio reale: nel tempo incidono anche l’evoluzione normativa, la maggiore emersione dei casi e i cambiamenti nei sistemi di riconoscimento.
- Fondazione Feltrinelli – Serie lunga 1951-2019
- INAIL – Dataset malattie professionali
- INAIL – Dati storici malattie professionali
- INAIL – Tabelle malattie professionali con cadenza mensile
- INAIL – Tabelle semestrali (lavoratori deceduti con riconoscimento)
La serie storica qui utilizzata è stata selezionata sulla base della disponibilità di dati comparabili nel tempo, si ferma al 2019 per ragioni di compatibilità metodologica. Per gli anni più recenti i dati vanno letti con un impianto separato, riportato nei box di approfondimento dedicati.
I numeri vanno letti dentro un Paese che cambia
C’è poi un ultimo passaggio, spesso trascurato ma essenziale. I numeri assoluti non esistono mai da soli. Cambiano insieme al Paese che li produce.
L’Italia del secondo dopoguerra, quella della grande industrializzazione manifatturiera, non è la stessa Italia di oggi. Cambiano i settori prevalenti, cambiano le dimensioni delle imprese, cambiano i modelli organizzativi, cambiano i contratti, cambiano i tempi di lavoro e cambia anche la struttura stessa dell’occupazione.
Per questo motivo, leggere in modo serio l’evoluzione degli infortuni e delle morti sul lavoro significa anche ricordare che la base occupazionale non è rimasta immobile. I dati sul mercato del lavoro, in questo senso, non servono a costruire un rapporto causale automatico — non basta dire che più occupati producono più incidenti o viceversa — ma aiutano a evitare una lettura meccanica dei valori assoluti.
In altre parole: il confronto storico è utile solo se si tiene presente che, nel tempo, non è cambiato solo il numero degli eventi. È cambiato anche il mondo del lavoro in cui quegli eventi si producono.
I numeri assoluti non bastano mai da soli: per leggere davvero la sicurezza nel lungo periodo bisogna ricordare che, insieme agli incidenti, è cambiato anche il lavoro, con settori, organizzazioni e basi occupazionali molto diversi rispetto al passato.
Quadro recente 2020–2024 sui casi mortali
Per il periodo più recente, INAIL adotta un impianto di lettura distinto rispetto alla serie storica lunga. I dati più utili per il confronto immediato sono quelli del 2023 e del 2024, entrambi rilevati al 31 dicembre e riferiti ai lavoratori, al netto degli studenti. Nel 2023 i casi mortali denunciati sono stati 1.029; nel 2024 sono saliti a 1.077. All’interno di questo incremento, i decessi in occasione di lavoro passano da 790 a 797, mentre quelli in itinere salgono da 239 a 280. INAIL sottolinea che il 2024, pur chiuso al 31 dicembre, resta un bilancio provvisorio e va letto come quadro recente, non come semplice prosecuzione della serie lunga 1951–2019.
Nel biennio 2020–2021 il confronto è reso più difficile anche dagli effetti della pandemia, che in Italia sono stati classificati come infortuni sul lavoro in misura diversa rispetto ad altri Paesi europei. Per questo, nel testo, il periodo 2020–2024 viene trattato come impianto separato.
Quadro recente 2020–2024 sulle malattie professionali
Nel quadro più recente, INAIL segnala un aumento marcato delle denunce di malattia professionale. Il dato complessivo passa da 72.754 denunce nel 2023 a 88.499 nel 2024, con un incremento del 21,6%. Lo stesso Istituto ricorda però che questo andamento non va letto in modo automatico come peggioramento lineare del rischio: incidono anche maggiore emersione, norme, criteri di riconoscimento e capacità di intercettare il danno tecnopatico. Per questo il periodo 2020–2024 viene utilizzato nell’articolo come blocco recente separato, distinto dalla serie lunga che si ferma al 2019.
Alla data di redazione dell’articolo, il 2024 è assunto come ultimo anno di riferimento per il quadro recente. INAIL lo presenta come primo bilancio rilevato al 31 dicembre, dunque utile per la lettura del presente ma distinto, per metodo e consolidamento, dal grafico storico di lungo periodo.
Conclusione
La storia statistica della sicurezza sul lavoro in Italia racconta un miglioramento reale. Ma racconta anche qualcosa di più scomodo: che il miglioramento non è lineare, non è uniforme e non coincide con la scomparsa del problema.
Nel lungo periodo, i casi mortali diminuiscono rispetto ai decenni più duri della grande industrializzazione.
Allo stesso tempo, però, la distinzione tra eventi in occasione di lavoro ed eventi in itinere ricorda che il rischio si distribuisce anche fuori dal perimetro aziendale. E l’andamento delle malattie professionali mostra che una parte del danno da lavoro non si vede subito, non esplode in un istante, ma si accumula e si manifesta nel tempo.
Per questo motivo, la sicurezza sul lavoro non si capisce guardando un solo numero. Si capisce solo quando si accetta che dietro ogni dato ci siano criteri di rilevazione, limiti statistici, trasformazioni economiche e, soprattutto, persone reali.
I numeri aiutano a leggere la storia.
Non autorizzano mai a pensare che la questione sia chiusa.
Questo articolo fa parte di una breve serie dedicata all’evoluzione della sicurezza sul lavoro in Italia.