Le macchine intelligenti: il nuovo fuoco di Prometeo
✍️ Auctor: Gian Luigi Venturin 🗓️ 12 Ianuarius 2026
Nel primo articolo di questa serie abbiamo visto come, fin dall’antichità, l’umanità abbia immaginato creature artificiali: giganti di bronzo come Talos, uomini di argilla come il Golem, automi meccanici progettati nel Rinascimento.
Nel secondo articolo abbiamo affrontato un’altra domanda: perché nei miti gli dèi punivano spesso chi cercava la conoscenza?
Prometeo incatenato alla roccia, Icaro precipitato nel mare, Adamo ed Eva cacciati dal paradiso.
La nascita delle macchine intelligenti: il sogno diventa realtà
In tutte queste storie compare la stessa tensione: la conoscenza ha il potere di avvicinare l’uomo agli dèi.
Per millenni questo desiderio è rimasto confinato nel mito, nella filosofia e nell’immaginazione. Poi, lentamente, qualcosa cambia.
L’uomo non si limita più a immaginare macchine straordinarie. Comincia a costruirle.
Quando le macchine iniziano a pensare
Uno dei primi passaggi decisivi avviene nel XIX secolo, quando il matematico inglese Charles Babbage progetta la cosiddetta macchina analitica, un dispositivo meccanico pensato per eseguire calcoli complessi.
Ma la vera intuizione arriva con una giovane matematica che collaborava con lui: Ada Lovelace.
Ada comprende qualcosa di radicale per l’epoca: una macchina come quella progettata da Babbage non dovrebbe limitarsi a eseguire calcoli numerici, potrebbe manipolare simboli.
Potrebbe, in teoria, elaborare qualunque tipo di informazione.
È la prima volta nella storia in cui qualcuno intravede la possibilità di una macchina che elabora conoscenza.
Ritratto di Ada Byron, contessa di Lovelace (di Alfred Edward Chalon, 1840)
La macchina universale
Un secolo più tardi questa intuizione trova una formulazione rigorosa grazie al matematico britannico Alan Turing.
Nel 1936 Turing descrive un modello teorico di macchina capace di eseguire qualsiasi processo logico: la macchina universale.
Non è ancora un computer nel senso moderno, ma il principio è rivoluzionario: una macchina non deve essere costruita per svolgere una sola funzione: può essere programmata.
Questo significa che la stessa macchina potrebbe, in teoria, simulare qualunque processo di calcolo.
La domanda che Turing si pone pochi anni dopo diventa inevitabile:
può una macchina pensare?
Con questa domanda nasce, di fatto, il campo di ricerca che oggi chiamiamo intelligenza artificiale.
Targa in memoria di Alan Turing presso la sua abitazione (78 High Street, Hampton, London)
Nasce il robot
Mentre la scienza compie questi passi, anche la cultura popolare inizia a immaginare il futuro delle macchine.
Nel 1920 lo scrittore ceco Karel Čapek pubblica una commedia teatrale intitolata R.U.R. – Rossum’s Universal Robots.
È in quest’opera che compare per la prima volta la parola robot.
Il termine deriva dal ceco robota, che significa lavoro forzato, servitù. I robot immaginati da Čapek sono lavoratori artificiali creati per servire gli esseri umani.
Ancora una volta l’immaginazione moderna riprende un archetipo molto antico: la creatura costruita dall’uomo per obbedire ai suoi ordini.
- • Talos difendeva Creta.
- • Il Golem proteggeva la comunità.
- • I robot di Čapek lavoravano al posto degli uomini.
Cambiano i materiali e la tecnologia, ma la storia è sorprendentemente simile.
Immagine da una serie di figurine vintage spagnole pubblicate negli anni '50, intitolata "El Doctor Fausth en el año 2000": questa è la nr. 7 e ha come titolo "Los hombres mecánicos".
Il robot prende forma
Il primo robot digitale e programmabile venne costruito da George Devol nel 1956 negli USA, che chiamò Unimate.
Unimate fu il primo robot industriale, creato per la General Motors e installato nello stabilimento Inland Fisher Guide Plant a Ewing (New Jersey), nel 1961.
Il robot serviva per la manipolazione di pezzi fabbricati con la pressofusione, presi da una linea e saldati sulle carrozzerie delle automobili: operazione rischiosa per un operaio, a causa dei fumi tossici e per l'eventuale danno fisico.
Questo fatto rappresenta la fondazione della moderna industria robotica.
Nel 1973 la tedesca KUKA brevetta il primo robot con sei assi elettromeccanici.
Uno dei primi robot KUKA in una fonderia
L’immaginazione della fantascienza
Nel corso del XX secolo la fantascienza diventa uno dei luoghi principali in cui l’umanità esplora le possibilità e i rischi delle macchine intelligenti.
In molti racconti e film i robot appaiono come una minaccia.
Il cinema costruisce figure che oggi fanno parte dell’immaginario collettivo: macchine che si ribellano ai loro creatori o sistemi intelligenti che sfuggono al controllo umano.
Non è difficile riconoscere, dietro queste storie, un tema molto più antico: la paura della creatura che diventa troppo potente.
Lo stesso timore che attraversava le leggende del Golem.
Poster cinematografico del film di fantascienza del 1956 "Forbidden Planet" con "Robby the Robot", uno dei primi robot del cinema a possedere una personalità distinta.
Le tre leggi della robotica
Uno degli autori che più hanno riflettuto su questo problema è lo scrittore Isaac Asimov.
Nei suoi racconti introduce un’idea destinata a diventare celebre: le tre leggi della robotica.
- Un robot non può recare danno a un essere umano.
- Deve obbedire agli ordini degli esseri umani.
- Deve proteggere la propria esistenza, purché ciò non contrasti con le prime due leggi.
Asimov compie un’operazione estremamente interessante: non si limita a immaginare macchine pericolose, ma prova a costruire una cornice etica per il loro comportamento.
È come se la cultura umana stesse cercando di risolvere in anticipo un problema che la tecnologia reale avrebbe potuto generare.
Strip "3 leggi della robotica" - copyright © J. D. frazer "Iliad" - 2007
Un sogno antico che diventa realtà
Se osserviamo l’intero percorso, emerge qualcosa di sorprendente.
Per millenni l’umanità ha immaginato creature artificiali: giganti di metallo, statue animate, uomini di argilla, automi meccanici.
Nel Novecento la scienza comincia a costruire le prime macchine capaci di elaborare informazione.
L’informatica e l’intelligenza artificiale rappresentano quindi qualcosa di più di un semplice progresso tecnologico.
Sono, in un certo senso, l’ultimo capitolo di un sogno molto antico.
Il sogno di creare strumenti che amplifichino l’intelligenza umana. O forse, un giorno, di creare qualcosa che possa davvero pensare.
Ma proprio qui riemerge una domanda che i miti avevano posto migliaia di anni fa:
cosa succede quando la creatura diventa troppo simile al suo creatore?
Ed è proprio con questa domanda che si aprirà l’ultimo articolo di questa serie.
Questo articolo fa parte di una breve serie sull’intelligenza artificiale tra mito, storia e responsabilità.