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Industria 4.0 lavoro e competenze: la vera trasformazione

✍️ Auctor: Gian Luigi Venturin   🗓️ 9 Iulius 2019

Il dibattito su Industria 4.0 spesso si concentra sulle tecnologie. In realtà la partita decisiva si gioca sulle persone.

Industria 4.0, lavoro e società: la vera partita

Le nuove possibilità tecnologiche permettono alle aziende di differenziarsi rispetto alla concorrenza, è interessante vedere quale declinazione assume il concetto di industria 4.0 nei vari Paesi, in quanto ogni Paese sviluppa il proprio approccio. La Germania ed il Giappone puntano ad una digitalizzazione totale dello strumento di produzione, in accordo con i grandi gruppi industriali nazionali, probabilmente anche in funzione di un invecchiamento della popolazione e di una natalità negativa.

La Francia, invece, unico paese dell’Europa occidentale con natalità positiva, assume di voler conservare l’essere umano al centro del processo. Probabilmente perché la Francia, con Italia e Spagna, ha un tessuto industriale composto da Piccole e Medie Imprese, anziché Grandi Industrie come Germania, USA e Giappone. L’automazione e la digitalizzazione dei processi produttivi (in fabbrica come negli uffici) si presta molto bene a sostituirsi ai lavoratori laddove vi sono i grandi numeri delle Grandi Aziende, mentre è di più difficile applicazione nelle PMI in quanto il lavoratore, con le sue specifiche competenze, rimane cardine del processo produttivo.

Anche per questo motivo, le simulazioni che danno perdite di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei Paesi in cui si implementano logiche Industria 4.0 (Germania, USA), in Italia vedono questo bilancio pressoché in pareggio: per tanti posti di lavoro che si perderanno altrettanti ne nasceranno. Le PMI Italiane hanno nella capacità di innovarsi ed innovare la loro forza, e per fare questo necessitano di lavoratori. Lavoratori che però debbono accettare di mettersi in gioco e sviluppare le loro competenze.

Gianluca Camplone
Gianluca Camplone
A questo proposito è interessante leggere quanto ha detto l’ing. Gianluca Camplone, direttore di McKinsey & Company, durante la sua audizione del 16 febbraio 2016 alla Camera dei Deputati (X Commissione: attività produttive) che, sul tema delle competenze che sono richieste ai lavoratori, nel suo intervento richiama l’attenzione sul significato reale di Industria 4.0, sottolineando come la trasformazione tecnologica debba essere letta prima di tutto come evoluzione dei processi e delle competenze.
Vorrei rispondere alla domanda sulle competenze richieste. Io credo che siano necessari tre tipi di competenze. Una, che forse ho citato già prima, riguarda il tema delle capacità matematiche che sono fondamentali ai fini dell'utilizzo dei big data. Sto parlando della modellazione matematica, cioè dell'utilizzo di strumenti per la creazione di algoritmi e per la profilazione matematica del comportamento di una linea di assemblaggio, di un componente, di un robot, di una macchina automatica. In quest'ambito, credo che, per certi versi, le facoltà scientifiche aumenteranno la loro rilevanza; incluse quelle che magari in passato erano percepite come teoriche (matematica e fisica).
Altra competenza importantissima credo sia quella che io definisco la «microelettronica». Con un mondo che va verso microchip installati e microcentraline installate in n componenti di un sistema industriale, la capacità di microprogrammare e microdisegnare queste microcentraline diventa fondamentale, quindi non è tanto quella di sviluppare il grande software nell'architettura, ma è quella di sviluppare applicativi o disegnare magari lo strato del software operativo di micro-centraline a livello di componente.
Per quanto riguarda queste prime due tipologie di competenza, stiamo parlando di livelli di educazione alti, cioè a un livello laurea o comunque di istituto tecnico superiore specializzato, mentre, se guardiamo magari ai livelli di educazione medi, tutto il tema della human machine interface, quindi il saper interagire con macchine touch screen e il saper comunque programmare una macchina, per lo meno per quanto riguarda l'ultimo strato, cioè lo strato di interfaccia verso l'operatore, questa diventa una competenza fondamentale per gli addetti alle linee. Non basta più saper usare un tornio di precisione, anzi probabilmente il tornio di precisione, se programmato bene, sarà il software a comandarlo, però bisogna saper comandare il touch screen della macchina, quindi bisogna saper richiamare i programmi giusti e le tolleranze giuste e essere sicuri aver fatti caricamenti giusti.
Questa è una tipologia di competenze che oggi sinceramente non è facile da trovare, quindi c’è una certa urgenza di svilupparle.

La società digitalizzata

La digitalizzazione, con cui spesso si identifica sbrigativamente Industria 4.0, in realtà è iniziata parecchi anni prima: andiamo dalla fotografia digitale (1980) alla telefonia cellulare digitale (1990), dalla digitalizzazione del sapere (1989 il World Wide Web) alla digitalizzazione delle informazioni (1998 Google), dalla digitalizzazione del commercio (1995 Amazon) alla digitalizzazione delle relazioni umane (2003 Facebook), finendo con la digitalizzazione dell’amore (2012 Tinder).

Il tempo presente non è quindi caratterizzato dalla novità dell’innovazione digitale quanto dalla sua pervasività di ogni attività umana, da qui il termine “rivoluzione digitale”. La digitalizzazione delle attività umane ha di fatto reso d’uso quotidiano dispositivi che vengono richiamati nel paradigma Industria 4.0 ma, ai fini della comprensione di quanto sta accadendo, è importante avere chiara l’esistenza di due fenomeni: l’uno è la digitalizzazione della società umana, iniziato in sordina negli anni ’70 e destinato (purtroppo/per fortuna?) ad un’evoluzione irreversibile ed inarrestabile, l’altro è un piano di sviluppo industriale orientato alla leadership tecnologica il quale, una volta esauriti gli effetti attesi, verrà rimpiazzato con qualcos’altro.

Industria 4.0 non è un punto di arrivo, ma una fase.

Guardando a ritroso il percorso fatto, Industria 4.0 appare per ciò che è realmente: non una collezione di tecnologie, non una moda, non un’etichetta da inseguire, ma una fase storica precisa di un’evoluzione industriale molto più lunga.

È nata come scelta strategica di un sistema-Paese, si è innestata su rivoluzioni precedenti senza mai spezzarne la continuità, ha trasformato le fabbriche rendendole sistemi integrati e, infine, ha riportato al centro la questione più delicata: il lavoro umano e le competenze.

Capire Industria 4.0 non serve per “fare Industria 4.0”. Serve per distinguere ciò che è strutturale da ciò che è contingente, ciò che resterà da ciò che verrà superato. Perché le tecnologie cambiano, i paradigmi si succedono, i nomi si consumano. Ma il problema da governare resta sempre lo stesso: come integrare strumenti, processi e persone in modo sostenibile.

In questo senso, Industria 4.0 non è un punto di arrivo. È una fase. E comprenderla è il primo passo per non subirne la successiva.

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Questo articolo fa parte di una serie di quattro articoli dedicati al tema Industria 4.0.

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